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Impugnazione del trasferimento di azienda

La Corte di Cassazione torna ad esprimersi sul tema del trasferimento di azienda e della sua impugnazione da parte del lavoratore (escluso ovvero incluso) partendo dalla nozione di trasferimento di azienda.
In particolare, con la sentenza n. 22935 del 10 novembre 2016, la Corte di Cassazione ha precisato che per ramo di azienda, ai sensi dell’art. 2112 c.c., deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile, la quale, in occasione del trasferimento di ramo di azienda, conservi la sua identità, il che presuppone, comunque, una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma, e non anche una struttura produttiva creata “ad hoc” in occasione del trasferimento di azienda o come tale unicamente identificata dalle parti del negozio traslativo.
In buona sostanza quindi, in forza di tale decisione, il lavoratore che risulta essere escluso da un trasferimento di azienda, nonostante si consideri parte integrante del ramo di azienda trasferito, potrà proporre un giudizio di impugnazione di tale trasferimenti di azienda per chiedere al giudice la costituzione del rapporto di lavoro in capo alla società cessionaria.
Del pari, il lavoratore che venga artificiosamente inserito in un ramo di azienda costruito appositamente per la cessione, potrà impugnare il trasferimento di azienda, nel termine di 60 giorni dal suo passaggio, e chiedere al Giudice il rientro nell’azienda cedente.

Trasferimento d'azienda e decadenza

Di estrema attualità sul terreno giurisprudenziale risulta essere il tema della decadenza dal termine per impugnare il trasferimento d’azienda da parte del dipendente.
Il tipo di contestazione che può essere mossa dal dipendente in caso di contestazione del trasferimento d’azienda è duplice, ovvero – per un verso – legata al fatto di essere stato escluso dal passaggio nel caso di un trasferimento d’azienda o nel caso di un trasferimento di ramo d’azienda, e – per altro verso – legata al fatto che il dipendente venga coinvolto nel trasferimento nonostante – a suo avviso – avrebbe dovuto restarne escluso.
Ebbene come noto il problema si pone perchè esiste un termine decadenziale per l’impugnazione del trasferimento d’azienda di 60 giorni (e di successivi 180 per il deposito della relativa causa). Tale termine, inizialmente previsto solo per il licenziamento, è stato esteso dall’art. 32 della L. 183/2010 anche al trasferimento d’azienda.
Sennonché tale norma lascia aperti dubbi intepretativi.
Secondo un indirizzo giurisprudenziale, infatti, è da considerarsi inapplicabile il termine decadenziale ai lavoratori che risultino essere stati esclusi dal trasferimento di cui all’art. 2112 c.c. (cass. lav. 13617/14).
Gli argomenti in favore di tale tesi, sono anzitutto letterali, posto che il comma 4, lettera c) della citata disposizione di legge fa riferimento alla cessione del contratto di lavoro in caso di trasferimento d’azienda, non alla cessione di azienda, ragione per cui solo il lavoratore il cui contratto venga trasferito finisce per avere consapevolezza, di fatto, del trasferimento di azienda, trovandosi così nella possibilità concreta di disporre del diritto di impugnare il trasferimento e, di conseguenza, di rispettare il termine decadenziale de quo.
Questo indirizzo valorizza la natura della norma che, prevedendo una decadenza, deve considerarsi di natura eccezionale (art. 14 preleggi).
Esiste però un altro indirizzo opposto (trib. Torino, 11 novembre 2015), basata sul fatto che il trasferimento di azienda è un atto pubblico soggetto a pubblicità tramite registro delle imprese cui i lavoratori potrebbero avere accesso.