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Licenziamento per mancato superamento della prova.

Il licenziamento per mancato superamento del periodo di prova, per legge, è teoricamente libero e interrompe il rapporto nel momento in cui viene comunicato.
Il periodo di prova, quindi, è un lasso temporale nel corso del quale ciascuno dei contraenti può recedere liberamente, senza preavviso e senza obbligo di giustificare la risoluzione.
A fronte di questa teorica liberta di licenziamento in prova, la giurisprudenza è intervenuta individuando alcuni limiti alla facoltà di recesso.
In particolare, in questo articolo vediamo quali solo le possibilità di impugnare un licenziamento per mancato superamento del periodo di prova.
Anzitutto, al lavoratore deve essere consentito di svolgere la propria attività per un periodo sufficiente a dimostrare la propria attitudine allo svolgimento del lavoro. Ciò significa, quindi, che se il periodo di prova è indicato in sei mesi, è necessario che il lavoratore svolga la prestazione per un periodo di qualche mese. Un licenziamento intimato dopo solo qualche settimana di lavoro, a fronte di un periodo di prova di mesi, sarebbe quindi illegittimo e il lavoratore avrebbe la possibilità di impugnare il licenziamento ed ottenere un risarcimento del danno.
Altro aspetto è quello legato alla verifica di congruità tra le mansioni indicate nel contratto e le mansioni in concreto svolte. La divergenza tra le mansioni per le quali si viene assunti e le mansioni che in concreto si svolgono può comportare l’illegittimità del licenziamento in prova, proprio perché al lavoratore non è stata data la possibilità di dimostrare l’attitudine a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto.
Ancora, il licenziamento durante il periodo di prova è da considerarsi illegittimo se viene intimato dopo un periodo di lavoro in “nero”. Ed infatti, la prova deve necessariamente essere indicata nel contratto per iscritto; ciò significa che se, di fatto, il rapporto di lavoro è iniziato prima della formalizzazione, il patto di prova successivamente dedotto nel contratto formalizzato sarebbe tardivo.
La giurisprudenza considera anche illegittimo il licenziamento in prova in contesti ove è già stata sperimentata l’attitudine al lavoro del dipendente. Si tratta di quei casi in cui, per operazioni societarie, si si trova con un datore di lavoro formalmente diverso ma nella sostanza uguale, oppure nei casi in cui si è già avuta con il medesimo datore di lavoro precedente esperienza lavorativa.
Infine, il licenziamento per mancato superamento del periodo di prova è da considerarsi illegittimo quanto la durata del periodo di prova è superiore a quella stabilita nei contratti collettivi di lavoro.
In sostanza, ci sono alcuni casi in cui è possibile impugnare il licenziamento in prova, ma è opportuno rivolgersi ad un Avvocato Specializzato in Diritto del Lavoro per valutare, in concreto, se ricorrano le condizioni per opporsi con successo al recesso.

 

Licenziamento in prova e jobs act: se il patto di prova è nullo, non c’è reintegrazione

Recentemente la giurisprudenza di Milano si è interrogata in ordine alle conseguenze di un licenziamento in prova intimato a fronte di un patto di prova nullo.
Si tratta della sentenza n. 730 dell’8 aprile 2017, che interviene su un tema che non trova espressa soluzione nella legge.
Come noto, il patto di prova deve essere stipulato per iscritto e indicare le mansioni oggetto della prova.
Se non ricorrono tali condizioni, il patto di prova è da considerarsi nullo; ma quali sono le conseguenze del licenziamento in prova in caso di patto di prova nullo?
Se prima dell’introduzione del jobs act la giurisprudenza applicava il regime della reintegrazione, sulla base di una giurisprudenza di Cassazione, dopo l’introduzione del Jobs act l’interprete è ancora chiamato a risolvere la questione, visto che tale disciplina non contempla espressamente le conseguenze di un licenziamento in prova per un patto di prova nullo.
Il tribunale di Torno (sent. 16 settembre 2016) aveva ritenuto di sanzionare l’illegittimità del licenziamento in prova con la tutela reintegratoria, considerandolo un “licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia direttamente dimostrata l’insussistenza del fatto materiale”.
Il Tribunale di Milano, invece, ha ritenuto che non si versi in caso di insussistenza del fatto materiale contestato, posto che, alla stregua del tenore letterale della norma, essa applicabile ai soli licenziamenti di natura disciplinare, mentre il mancato superamento della prova non integra né presuppone necessariamente una condotta disciplinarmente rilevante. Il Giudice ha quindi dichiarato estinto il rapporto di lavoro e condannato il datore di lavoro solamente al pagamento dell’indennità risarcitoria.