Category Archives:Lavoro Nero

Come fare Vertenza Lavoro in Nero: Riponde l'Avvocato del Lavoro

Il lavoro in nero è una delle piaghe del nostro paese: sono numerosissimi i lavoratori che accettano di prestare la propria opera senza un’assunzione regolare e, con la crisi economica attuale, il loro numero è andato aumentando. Un lavoro sottopagato, senza alcuna tutela né sanitaria né assicurativa, senza ferie e spesso con orari più lunghi di quelli concordati, è pur sempre meglio di niente, ma quando il dipendente si rende conto di essere sfruttato e defraudato dei propri diritti può decidere di promuovere una vertenza nei confronti del suo datore di lavoro.
Il primo passo da compiere è quello di denunciare la situazione alla Direzione Provinciale dell’Ispettorato del Lavoro, che si trova in ogni capoluogo di provincia, fornendo tutti i dati relativi al rapporto (data di inizio e di eventuale fine, orario, retribuzione e condizioni di lavoro). Trattandosi di un lavoro in nero, probabilmente il lavoratore non è in possesso di documenti come le buste paga che provano l’esistenza di un rapporto subordinato è perciò consigliabile fornire anche prove, come possono essere le fotocopie di assegni percepiti, qualora non si sia stati pagati in contanti, ma anche nominativi di testimoni.
Per una denuncia di lavoro in nero è infatti importante coinvolgere anche i colleghi o, qualora non ve ne siano o non siano disposti a collaborare, fornire le testimonianze di persone terze a conoscenza dell’esistenza del rapporto di lavoro.

Dopo aver sporto denuncia all’Ispettorato del Lavoro ci si deve rivolgere a un avvocato esperto in diritto del lavoro o a una confederazione sindacale. Alla risoluzione della vertenza vengano riconosciute delle somme al lavoratore, viene richiesto un contributo di solidarietà che consiste in una percentuale sugli importi incassati. Le tariffe per un’avvocato del lavoro che assiste variano a secondo dei casi.
Dopo aver esaminato la situazione ed esaminato le prove, il legale incaricato o l’Ufficio Vertenze del sindacato provvede a inviare una raccomandata al datore di lavoro esponendo la problematica e le richieste del dipendente e contestualmente lo invita a un incontro per addivenire a una conciliazione.

L’incontro avviene presso la sede della Direzione Provinciale del Lavoro e si cerca una soluzione per regolarizzare la posizione del lavoratore o per fargli avere avere quanto dovuto. La trattativa può protrarsi per diverso tempo, soprattutto nel caso (frequente) in cui il rapporto di lavoro sia cessato in precedenza e molto spesso si è costretti a ricorrere al pronunciamento del Giudice del Lavoro che ha sede presso il Tribunale territorialmente competente.

Il ricorso al magistrato prevede che le parti vengano obbligatoriamente assistite da un legale e, se il lavoratore ha portato avanti la vertenza con il supporto di un’organizzazione sindacale, può ottenere gratuitamente il patrocinio di un professionista convenzionato con il sindacato stesso. La sentenza viene poi emessa nell’arco di uno o due anni.

Lavoro nero e azione per conseguire le differenze retributive

Il Tribunale del Lavoro di Napoli, lo scorso ottobre 2012 ha pronunciato una sentenza molto interessante relativa alla quantificazione delle differenze retributive spettanti al lavoratore che abbia prestato la propria attività “in nero”. Ed infatti, sebbene vi sia un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità che ritenga come la quantificazione delle differenze retributive debba essere operata adottando quale base di calcolo esclusivamente i minimi retributivi previsti dalla contrattazione collettiva, il giudice partenopeo ha ritenuto che la tutela di principi basilari di civiltà giuridica, compatibile con le disposizioni interne e comunitarie, imponga l’applicazione integrale delle previsioni del contratto collettivo applicabile alla fattispecie.

 La pronuncia è di notevole interesse laddove si consideri che apre le porte alle richieste risarcitorie legate a tutti gli aspetti disciplinati dai contratti collettivi, non solo inerenti ai minimi retributivi, ma anche ad aspetti indennitari quali, ad esempio, le voci “ferie non godute” o “permessi non goduti”.
A monte della tesi del Tribunale, vi è l’interpretazione costituzionalmente orientata della Direttiva 91/533/Cee in base alla quale vi è l’obbligo del datore di lavoro di comunicazione al lavoratore di elementi costitutivi del rapporto di lavoro. Ebbene la direttiva non deve leggersi come funzionalizzata esclusivamente a garantire il mero rispetto dell’obbligo di comunicazione in forma scritta, ma deve essere valorizzata nella sua portata sostanziale: la normativa comunitaria ha lo scopo di garantire che il lavoratore conosca le condizioni di lavoro determinate dalla legge, in un contratto collettivo o in un contratto di lavoro in base alle modalità di ciascun paese e il lavoratore subordinato deve disporre di un documento contenente informazioni sugli elementi essenziali del contratto e del rapporto di lavoro.
Posto, quindi, che la stessa direttiva comunitaria fa riferimento all’indicazione del Ccnl applicabile al rapporto di lavoro, la sua portata è sostanziale, con conseguente integrale applicazione delle sue discipline nelle ipotesi di lavoro nero, ai fini della quantificazione del risarcimento del danno.